Disoccupazione tecnologica è il nome che gli economisti danno alla perdita di posti di lavoro causata dalla tecnologia che sostituisce il lavoro umano: non temporaneamente, durante una recessione, ma strutturalmente, come tratto permanente di un'economia trasformata. Il termine entrò nel dibattito economico serio negli anni Trenta, quando John Maynard Keynes previde che i guadagni di produttività dovuti alla tecnologia avrebbero ridotto, nel giro di un secolo, la settimana lavorativa a quindici ore, man mano che le macchine assorbivano la gran parte della fatica umana. Si sbagliava, a quanto pare, sulla direzione. La settimana lavorativa è rimasta ostinatamente lunga, e nuove categorie di lavoro hanno continuato a comparire per riempire le ore che le macchine liberavano.

L'idea ha una storia tenace, lunga secoli. Il movimento luddista, nella Gran Bretagna dei primi dell'Ottocento, fu una risposta diretta alla meccanizzazione dell'industria tessile: tessitori qualificati che distruggevano i macchinari che, a loro avviso, avrebbero reso obsoleto il loro mestiere. Li soppiantò davvero. Ma non produsse una disoccupazione di massa permanente. La manifattura industriale creò molti più posti di lavoro delle industrie domestiche che sostituì, con salari più alti e una partecipazione economica più ampia. Lo stesso arco, sconvolgimento seguito da espansione, si è ripetuto con l'elettrificazione, l'informatica e internet.

La distinzione che conta in pratica è tra la disoccupazione transitoria (lo sconvolgimento reale e doloroso che si verifica mentre i lavoratori passano dai settori in declino a quelli in crescita) e la disoccupazione tecnologica strutturale, lo stato permanente che viene previsto. La prima è ben documentata e merita un'attenzione autentica: chi lavora in settori in declino affronta difficoltà reali, e la rapidità della riqualificazione, la mobilità geografica e i sistemi di sostegno determinano tutti quanto a lungo durino quelle difficoltà. La seconda, la versione permanente, è stata prevista con sicurezza prima di ogni grande ondata tecnologica e non si è concretizzata in nessuna.

L'IA ha riacceso il dibattito con nuova urgenza. A differenza delle tecnologie precedenti, che automatizzavano compiti fisici o ripetitivi, l'IA può svolgere lavoro cognitivo (scrivere, ragionare, analizzare, programmare) che finora era considerato propriamente umano. Se questo cambi lo schema storico, o lo estenda semplicemente a un nuovo ambito, è una questione davvero aperta. Ciò che non è in discussione, almeno per gli economisti che hanno studiato i dati con attenzione, è che finora lo schema sembra familiare: i lavori più esposti all'IA cambiano natura anziché scomparire, e nuovi ruoli (nella supervisione dell'IA, nelle applicazioni, negli ambiti contigui) si stanno formando attorno alla tecnologia anziché contro di essa.