Pensi all'icona di un file sul desktop di un computer. È un piccolo rettangolo blu in un angolo dello schermo, e nulla in essa somiglia al file che rappresenta, che in realtà è uno schema di tensioni elettriche distribuito su un chip. L'icona non Le sta mentendo. La sta aiutando, nascondendo una realtà troppo complessa per agirvi direttamente. La teoria dell'interfaccia di Hoffman dice che i nostri sensi fanno esattamente questo. Ciò che vediamo è un desktop, e gli oggetti che vi compaiono sono icone.
In questa prospettiva, lo spazio e il tempo sono il desktop stesso, e gli oggetti fisici sono icone disposte su di esso. Lo scopo dell'interfaccia non è mostrarci la verità di ciò che sta sotto. È permetterci di agire abbastanza bene da sopravvivere senza mai aver bisogno di quella verità. Un'icona che si può trascinare, aprire ed eliminare è più utile di uno schema dei transistor, e all'evoluzione, sostiene Hoffman, importa soltanto l'utilità.
La teoria diventa scomoda quando la si spinge oltre. Se gli oggetti della percezione sono icone, allora la mela, il tavolo e la montagna non sono il mondo così com'è, ma il formato in cui i nostri sensi lo rappresentano. Questo non significa che lì non ci sia nulla. Significa che ciò che c'è sta a ciò che vediamo come un file sta alla sua icona: in modo affidabile, funzionale, e per nulla figurativo.
La teoria dell'interfaccia è un'idea seria e contestata, non un risultato acquisito. Poggia sul teorema della fitness che batte la verità e lo spinge più in là di quanto molti scienziati siano disposti a seguirla, soprattutto quando Hoffman la estende alla coscienza. La metafora del desktop, però, si è guadagnata il suo posto da sola. È il modo più chiaro che abbiamo per tenere in mente il pensiero strano che la percezione possa essere straordinariamente utile senza essere neppure lontanamente una copia del mondo.
