Per gran parte della scienza moderna l'ordine è stato chiaro. Prima è venuta la materia, che dopo miliardi di anni si è organizzata in cervelli, e i cervelli hanno in qualche modo prodotto la coscienza. Il realismo cosciente rovescia quella freccia. Propone che la coscienza sia il piano terra, ciò che c'era per primo, e che spazio, tempo e oggetti fisici siano il modo in cui la coscienza rappresenta sé stessa a sé stessa. In questa prospettiva la materia non produce la mente. È la mente a dare forma alla materia.

La mossa non è misticismo fine a sé stesso. Nasce dall'angolo in cui la teoria dell'interfaccia della percezione finisce per spingere chi la segue. Se ogni oggetto che si percepisce è un'icona e non la realtà sottostante, allora la materia stessa, esaminata da vicino, si dissolve in un'altra cosa che appare a qualcuno che percepisce. L'unico elemento che non può essere dissolto in un'apparenza è chi percepisce, perché un'apparenza senza nessuno a cui apparire non è affatto un'apparenza. La coscienza è l'unica cosa che resiste a essere declassata a immagine.

Hoffman va oltre l'argomento negativo e cerca di costruire una teoria positiva, in cui la realtà è una vasta rete di «agenti coscienti» che interagiscono, e spazio, tempo e materia emergono dalle loro interazioni come una linea costiera emerge da innumerevoli dettagli più piccoli. È la parte più speculativa del suo programma e la meno verificata. Anche i lettori ben disposti tendono a considerarla una direzione di ricerca più che una spiegazione consolidata.

Il realismo cosciente va preso come andrebbe preso tutto questo territorio: sul serio e senza stringerlo troppo. È una posizione minoritaria tra scienziati e filosofi, e l'onere della prova ricade interamente su di essa. Ciò che lo rende degno di essere conosciuto è meno la risposta che la pressione che esercita sulla storia data per scontata. L'affermazione che la materia venga ovviamente per prima è anch'essa un presupposto, e il realismo cosciente mostra che cosa significhi prendere sul serio il presupposto opposto.